Sanno e vedono tutto di noi, ma questo non basta

Ci monitorano e incrociano i nostri dati per essere poi venduti all’asta ai migliori offerenti.

“Non colpevoli” questa volta Facebook, Google, LinkedIn e gli altri Social, anche se, sempre sotto controllo per sistematiche pratiche non corrette di monitoraggio dei propri utenti violando ripetutamente la loro privacy. Diversi sono i casi in cui sono stati coinvolti soprattutto negli ultimi due anni i principali social network e il più famoso al mondo motore di ricerca. E nel frattempo che tutte le attenzioni dei principali Regolatori erano concentrate su di loro, in realtà cosa stava accadendo?

La nostra privacy messa all’asta sul mercato e acquistata dai migliori offerenti. Ma se non stiamo parlando dei soliti noti, e in questo caso non lo si farà, chi mai avrà potuto vendere la nostra privacy a caro prezzo incassando milioni e milioni?

Che la nostra navigazione sulla rete sia sottoposta a monitoraggio da parte di Google e Facebook è ormai risaputo da tempo. Che Netflix da sempre raccoglie informazioni sulle abitudini di visualizzazione dei propri abbonati al fine di promuovere in maniera mirata i propri prodotti e sulla base di tali analisi orientare anche i propri futuri investimenti è stato ben compreso anche da suoi abbonati più “piccini”.

Ma sapere che c’è qualcuno che in realtà raccoglie, monitora, incrocia e arricchisce tali informazioni di Google, Facebook e Netflix generando una Big Data unica e che questa venga poi venduta, soprattutto per finalità pubblicitarie, ad altri soggetti disposti a pagare cifre da non saper neanche leggere, è davvero tutt’altra faccenda. Qui non si tratta di mancanza di consapevolezza, qui si tratta di fantascienza o nel migliore dei casi di ipotesi che forse anche a breve si sarebbero potute realizzare, e magari avendo anche il tempo di conoscere e approfondire questi nuovi scenari, e poter adottare nel frattempo qualche contro misura.

E invece no, è tutto quanto realtà. Gli stessi Facebook e Google sembrano quasi “ridimensionati” e coloro che hanno sempre tuonato contro di loro, da oggi inizieranno forse ad avere anche qualche senso di colpa?

I fatti

Negli USA, nei giorni scorsi, oltre a 60 associazioni di tutela della privacy e difesa dei consumatori hanno chiesto alle Autorità Federali competenti in materia di introdurre con urgenza delle ben precise regole sulle attività di monitoraggio, fino ad ora perpetuate “ingiustamente”, degli Internet Service Provider finalizzate proprio alla prevenzione e controllo di tali pratiche “non corrette”. L’uso delle virgolette è doveroso, e ora ne capirete anche il perché.

Gli ISP di fatto hanno un accesso presso che totale sulla rete e possono “vedere” tutto quanto. Ma non solo! Possono imparare molto di più su di te. Sanno quali sono le tue preferenze di navigazione e quali sono le tue ricerche ad esempio su Google, sanno quali film ti piace vedere e quali generi di musica ti piace ascoltare. Ma non si fermano qui. Tutte queste informazioni vengono incrociate, arricchite, analizzate anche da un punto di vista comportamentale, rielaborate fino a ricostruire il tuo profilo e non solo di tipo commerciale. Si spingono oltre, molto oltre, si parla anche di predittività e di dati comportamentali non necessariamente in linea.

Ma cosa se ne faranno mai di tali informazioni? Semplice, condividerle o meglio venderle per finalità pubblicitarie alle principali organizzazioni di marketing a cifre da capo giro.

E proprio per l’estrema invasività di tali attività e per l’attuale assenza di disposizioni giuridiche che impediscono tali violazioni privacy e la vendita di tali informazioni, a metà di settimana scora è stato inoltrato un documento condiviso alla Federal Communications Commission chiedendo proprio un intervento tempestivo che porti ad una prima regolamentazione su quali informazioni possano essere raccolte e soprattutto condivise dagli ISP.

Prima regolamentazione? Ebbene si, nessuna attuale norma che impedisca tali azioni da parte di tali soggetti. Possibile che nessuno mai prima d’ora si sia posto questo problema? Com’e possibile che nessuno fosse a conoscenza di tali attività? Non è possibile neanche considerale di tipo illecito, proprio perché in assenza di una norma, seppur minima, che vieti tali azioni, questa violazione sistematica della privacy altro non può essere attualmente considerata che legittima.

Conclusioni

Erano in effetti tutti troppo concentrati su Google e Facebook! Ma siamo così sicuri che nessuno davvero sapeva?

Di certo sappiamo che i dati comportamentali sono ormai diventati fondamentali per l’economia di Internet. Le nostre informazioni personali sono sempre più merce di scambio e la nuova economia avrà sempre più fame di informazioni. Quali? Tutte, nessuna esclusa!

Eppure dei segnali forti ed evidenti ci sono stati. AT & T propone un abbonamento scontato se i propri utenti in cambio accettano che la loro navigazione in rete sia sottoposta a monitoraggio. Comcast solo lo scorso anno ha investito diversi milioni di dollari in acquisizioni proprio mirate alla pubblicità. Verizon ha speso ben 4mila milioni di dollari per la sola acquisizione di AOL integrando telecomunicazioni e pubblicità.

Davvero nessuno si è accorto di nulla? fonte: microell.it

A proposito dell'autore
Francesco Traficante

Data Protection Officer e Consulente Privacy Certificato ISO 17024 Bureau Veritas e TÜV Italia. Founder e CEO di MicroEll s.r.l., soluzioni IT, consulenza e formazione in materia privacy, information security management, sicurezza IT e reati informatici.